Trama in breve
I° Atto: Napoli. Filumena, una matura signora con un passato da prostituta, è stata per venticinque anni la mantenuta di Don Domenico (Mimì) Soriano, ricco pasticciere napoletano e suo cliente di vecchia data, di fatto amministrando i beni e la casa di lui come una vera e propria moglie.
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Gaetano Piscopo, impiegato di modeste condizioni economiche ha due figlie, Margherita e Maria che, con grande preoccupazione del padre, non si sono ancora sposate. La festa organizzata in casa permette alle ragazze di conoscere due spasimanti, Arturo e Vincenzo. I giovani hanno però dei difetti: uno è cieco, l’altro è fortemente miope.
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È la storia di un equivoco dai risvolti tragici. Nella bottega di don Saverio, farmacista napoletano fiero di aver ereditato e ammodernato la farmacia paterna (mettendo persino la cassa, che usa con mille cerimonie), si avvicendano personaggi e situazioni estemporanee che interrompono a più riprese la conversazione con il medico Teodoro.
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Il soggiorno che vediamo è arredato con gusto borghese di fine ottocento. I mobili sono di gradevole fattura e ben conservati. Tutto il resto, tappeti, quadri, soprammobili, eccetera, è stato disposto nell’ambiente con senso pratico della comodità e amore nostalgico per le cose care. Tutto splende, luccica e sa di pulito. In un punto adatto della stanza c’è un tavolo apparecchiato per due persone: tovaglia fresca di bucato, piatti di buona porcellana antica, posate d’argento e bicchieri di cristallo pregiato.
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I° Atto: In casa della vedova Lo Giudice. Mobilia semplice; un salottino della borghesia media napoletana; un gran balcone ad angolo della scena a sinistra. Dal centro pende un vaso grezzo di terracotta con una pianta da camera. Nel mezzo in fondo vi sarà un divano letto. In fondo a destra una porta, e un’altra a sinistra. All’alzarsi del sipario il divano letto ha funzionato da letto ed è in disordine; accanto, una sedia con sopra cuscini in seta di colori diversi. Alle pareti qualche quadro, qualche fotografia, ecc. Checchina, la cameriera, sta rifacendo il letto.
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I° Atto: In casa della vedova Lo Giudice. Mobilia semplice; un salottino della borghesia media napoletana; un gran balcone ad angolo della scena a sinistra. Dal centro pende un vaso grezzo di terracotta con una pianta da camera. Nel mezzo in fondo vi sarà un divano letto. In fondo a destra una porta, e un’altra a sinistra. All’alzarsi del sipario il divano letto ha funzionato da letto ed è in disordine; accanto, una sedia con sopra cuscini in seta di colori diversi. Alle pareti qualche quadro, qualche fotografia, ecc. Checchina, la cameriera, sta rifacendo il letto.
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La cameretta di Vincenzo De Pretore, all’ultimo piano d’una casa dei quartieri popolari di Napoli. A sinistra una porta che dà sulle scale, a destra una porta-finestra da cui si esce su un balcone. L’arredamento è scarso ma ricercato. A destra, vicino alla porta-finestra, un armadio con lo specchio; a sinistra un comò in palissandro, al centro un letto, sormontato da un’immagine sacra, debolmente illuminata da una piccola luce, e vicino al letto un comodino.
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Camera da pranzo rustica, A sinistra due porte; a destra la parete è intera e ad essa vi è attaccato l’occorrente per la caccia. In fondo, da sinistra fin quasi al centro, un’ampia porta ad arco a due battenti grezzi che si aprono verso l’interno della stanza. Da detta porta si scorgono quattro sedie rustiche intorno ad un tavolo. Oltre è la campagna. In fondo a destra dal centro allo spigolo una grossolana credenza con alzata a sportelli di vetro che lasciano vedere nell’interno di essa: piatti, bottiglie, bicchieri etc. Nel mezzo della scena verso destra un tavolo da pranzo rettangolare con tovaglia, piatti l’un sull’altro, bicchieri, per terra, accanto al tavolo vi sarà un fiasco di vino, sedie.
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La casa di Lorenzo Savastano. L’arredamento è ricco e vistoso: ogni mobile uno stile, ogni oggetto una stravaganza. Le pareti sono cariche di dipinti d’ogni epoca e tendenza. Gli angoli dell’enorme stanzone sono stipati di vecchie tele e cornici pregiate di misure varie.
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Sprofondato in una poltrona, col capo riverso sullo schienale e con la schiena incastrata fra cinque cuscini da letto, boccheggia il sessantenne Bartolomeo Ciaccia, possidente. Ormai costui non connette più; la morte si è già mezzo impossessata dell’uomo. Basta osservare gli occhi infossati di lui e il naso affilato per rendersene conto; basta ascoltare il suo fiatone a mantice con relative prolungate pause, per convincersene.







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